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Linee di Nazca

· 27 min di lettura

Blog sulle Linee di Nazca

LINEE DI NAZCA
Le Linee di Nazca sono un insieme di enormi disegni tracciati sulla superficie desertica della regione di Nazca.
Su questo altopiano desertico si trovano grandi figure che rappresentano diverse forme geometriche ed esseri umani.
Le Linee di Nazca si possono suddividere in cinque tipologie.
Le più note sono le linee rette, le forme geometriche e i disegni di animali, insetti e piante.
Le altre sono le figure in altorilievo e le cosiddette stelle sconosciute, meno celebri ma altrettanto spettacolari.
Tutte le immagini sono così grandi che il modo migliore per apprezzarle appieno è osservarle dall’alto.
Ancora oggi nessuno è riuscito a spiegare fino in fondo il significato delle Linee di Nazca.
Il loro vero scopo continua a lasciare perplessi gli archeologi di tutto il mondo.
Dalla loro scoperta, negli anni Venti del Novecento, sono nate numerose teorie, ma il loro significato resta in gran parte avvolto nel mistero.
Per le dimensioni monumentali e l’arte unica, nel 1994 sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

INTRODUZIONE
Secondo gli archeologi, le Linee di Nazca furono realizzate tra il 200 a.C. e il 600 d.C.
La loro creazione è attribuita agli antichi popoli Paracas e Nazca, che fiorirono sulla costa meridionale del Perù.
Gli studiosi ritengono che la cultura Nazca sia stata una prosecuzione del popolo Paracas, poiché entrambe le culture mostrano usanze simili.
La cultura Paracas entrò in declino intorno al 200 a.C. e finì per scomparire, lasciando spazio all’ascesa della cultura Nazca.

DOVE SI TROVANO LE LINEE DI NAZCA
Le Linee di Nazca si trovano nel deserto di Nazca, un altopiano arido del Perù meridionale, circa 400 chilometri a sud di Lima.
Più precisamente, si estendono sulle Pampas de Jumana e San José, una vasta pianura arida tra le città di Nazca e Palpa.

L’ORIGINE DELLE LINEE DI NAZCA
Le Linee di Nazca affondano le loro radici nella cultura Paracas, che prosperò intorno al 500 a.C. nelle valli del Perù meridionale.
In quel periodo i Paracas usavano le ampie superfici piane di grandi rocce come tela, dando vita a quelli che oggi chiamiamo petroglifi.
Questi petroglifi abbondano nelle valli meridionali e raffigurano animali, piante, divinità e molte altre forme.
Nelle fasi finali della cultura Paracas avvenne una transizione significativa: si passò a raffigurazioni su scala più ampia, incentrate soprattutto su figure antropomorfe.
A differenza delle Linee di Nazca, le immagini Paracas erano tracciate sui pendii delle colline, in modo che i villaggi sottostanti potessero vederle.
Queste straordinarie immagini dimostrano che culture precedenti alla civiltà Nazca realizzavano già geoglifi quasi 500 anni prima dei Nazca.
Le Linee di Nazca nacquero quindi come prosecuzione di questa ricca tradizione artistica avviata dalla cultura Paracas.
È in questo contesto culturale che presero forma le Linee di Nazca, capaci di catturare l’immaginazione di intere generazioni.
Se i Paracas esprimevano la loro arte soprattutto sulla roccia, la civiltà Nazca fece un passo in più creando immensi geoglifi sul suolo del deserto, visibili a volo d’uccello.

CHI ERANO I NAZCA
I Nazca erano un popolo stanziato nel deserto costiero del Perù meridionale, con capitale la città di Cahuachi.
Cahuachi era un grande centro religioso costruito in adobe che, nel periodo di massimo splendore, occupava oltre 24 chilometri quadrati.
Le sue piramidi, i templi, le piazze e le terrazze accoglievano un tempo centinaia di pellegrini provenienti dalle valli vicine.
Oltre alle straordinarie figure tracciate nel deserto, i Nazca devono la loro fama alla produzione di ceramiche dai colori vivaci.

Parte della loro ceramica era destinata all’uso domestico, mentre i pezzi più finemente lavorati avevano scopi sociali e religiosi.
I vasi raffiguravano la vita quotidiana, gli dèi, la flora e la fauna, e riportano anche alcune delle stesse figure presenti nel deserto di Nasca.
Erano inoltre artigiani eccezionali, capaci di produrre splendidi tessuti in lana di camelide e fibre vegetali.
I Nazca basavano la loro economia sull’agricoltura e, per prosperare, svilupparono un sistema di acquedotti sotterranei con cui irrigare terre aride prive di acqua superficiale.
Riuscirono così a contrastare il deserto che avanzava tutt’intorno.
Incredibilmente, questi antichi canali sono ancora oggi utilizzati dagli agricoltori locali.
Poiché i Nazca vivevano relativamente vicino all’oceano, la pesca potrebbe essere stata un’attività importante e probabilmente una buona fonte di scambi con i mercanti andini.
Gli studiosi ritengono che i Nazca fossero abili pescatori, come dimostra l’iconografia delle loro ceramiche e dei loro tessuti, in cui raffiguravano non solo creature marine, ma anche attrezzi da pesca e imbarcazioni rudimentali.

L’AMBIENTE DI NAZCA
La regione di Nasca è uno dei luoghi più aridi del pianeta, delimitata dalle Ande a est e dall’oceano Pacifico a ovest.
Nonostante la posizione tropicale del Perù, la sua costa è praticamente una lunga striscia desertica di oltre 2.500 km.
Il deserto è generato dalla fredda corrente di Humboldt nell’oceano Pacifico e dai venti dominanti, che soffiano entrambi da sud verso nord.
La fredda corrente di Humboldt impedisce l’evaporazione in mare e quindi la formazione di nuvole, per cui in queste regioni piove molto raramente.
D’altra parte, i versanti orientali delle Ande bloccano le nubi cariche di pioggia provenienti dalla foresta amazzonica, perciò la costa peruviana non riceve nuvole nemmeno da quel lato.
Tuttavia, ogni anno durante l’estate (dicembre, gennaio, febbraio e marzo), l’acqua del Pacifico si riscalda leggermente.
Questo aumento della temperatura dell’acqua genera nubi di pioggia che i venti spingono solitamente verso le Ande, dove si verificano le precipitazioni.
I fiumi si riempiono così di questa preziosa risorsa, che poi scende verso l’oceano Pacifico creando valli fertili lungo la costa peruviana.
Ogni 7 o 10 anni la costa peruviana è interessata da un fenomeno naturale noto come El Niño, associato soprattutto a calamità naturali.
Quando si verifica El Niño, l’acqua dell’oceano diventa più calda del solito, la pressione atmosferica aumenta, gli alisei cambiano direzione e le precipitazioni si intensificano, provocando forti tempeste e piogge abbondanti.
Le ricerche archeologiche suggeriscono inoltre che la regione di Nazca abbia subito gravi siccità a causa di un altro fenomeno noto come La Niña.
A ciò si aggiunge una placca tettonica oceanica situata di fronte alla zona di Nazca, che genera scosse e terremoti capaci, di tanto in tanto, di causare gravi danni alla regione e persino di provocare vittime.
Durante gli scavi archeologici sono stati rinvenuti diversi corpi sotto muri crollati all’interno di antichi insediamenti, a testimonianza di questo fenomeno naturale nel passato.

IL DESERTO DELLE LINEE DI NAZCA
Il deserto delle Linee di Nazca è un grande altopiano ricoperto di ciottoli e piccole pietre.
Questo altopiano desertico si trova a 430 metri sul livello del mare. (Longitudine: -75.130005 e latitudine: -14.739027)
La regione è estremamente ricca di ferro: il colore scuro del suolo è quindi il risultato dell’ossidazione di questo minerale.

In alcune zone il deserto di Nazca assume una tonalità rossastra, dovuta al contatto tra la superficie rocciosa e la rugiada del mattino.
Col tempo le pietre ferrose si sono ossidate, formando una sorta di gigantesca lavagna, così scura e misteriosa da ricordare la superficie della Luna.
Tuttavia, pochi centimetri più in basso, il terreno contiene suolo argilloso e sedimenti di gesso, la cui combinazione produce un colore bianco e, in alcune zone, una tonalità giallastra.

LA COSTRUZIONE DELLE LINEE DI NAZCA
La maggior parte dei ricercatori concorda sul fatto che i Nazca realizzarono i disegni rimuovendo le pietre scure della superficie per mettere a nudo il terreno gessoso sottostante, creando così un forte contrasto tra la superficie scura e i solchi chiari.
Per creare un grande disegno, quindi, ai Nazca bastava rimuovere le pietre superficiali e ammucchiarle lungo i bordi, seguendo il motivo desiderato.
Probabilmente i disegni venivano prima abbozzati su un piccolo pezzo di tessuto e poi riportati in scala nel deserto, forse con unità di misura a noi sconosciute.
Gli archeologi ritengono che i Nazca usassero picchetti di legno per costruire le linee, dato che resti di picchetti sono stati trovati all’estremità di alcune di esse.
I Nazca potrebbero aver piantato dei picchetti nel terreno, teso una corda tra di essi e poi rimosso le pietre lungo la corda per tracciare linee rette.
Quanto alle grandi forme geometriche, come gli enormi rettangoli, riteniamo che ne segnassero semplicemente i bordi e poi rimuovessero tutti i ciottoli all’interno, ammucchiandoli ai margini e creando così un’ampia area sgombra.
Sorprendentemente, questi disegni enigmatici resistono nel deserto da oltre 2.000 anni. Come si spiega una conservazione così straordinaria?

LA CONSERVAZIONE DELLE LINEE
Diversi fattori hanno contribuito alla conservazione delle linee, principalmente i raggi del sole, il clima secco e l’umidità.
Bisogna tenere presente che l’area è rimasta intatta per oltre 1.000 anni e che, per la sua posizione e soprattutto per la sua aridità, nessuno ha mai coltivato questi deserti.
Occorre inoltre considerare la natura del suolo, composto da argilla e gesso.
Le umide notti invernali e la rugiada del mattino fanno sprofondare gradualmente le pietre nel terreno.
Durante il giorno il sole indurisce la superficie, fissando le pietre ancora più saldamente al suolo.
Possiamo quindi dire che, grazie a questa combinazione naturale di acqua, gesso e calore solare, la superficie del deserto è diventata compatta.
Nel corso dell’anno la zona è battuta da venti costanti, che però non sono abbastanza forti da spostare le pietre.

Inoltre, la maggior parte dei disegni di Nazca fu realizzata in aree strategiche o su altopiani elevati, per evitarne la distruzione da parte di forze naturali come El Niño, che di solito si presentava con piogge intense e alluvioni improvvise di notevole entità.
In passato, le inondazioni causate da El Niño hanno lasciato grandi tracce, come letti di fiumi prosciugati e numerose linee in parte interrotte o distrutte. Tutto ciò è ben visibile sorvolando la zona.

I DISEGNI DELLE LINEE DI NAZCA
A differenza dei celebri geoglifi della cultura Nasca, che si trovano per lo più sugli altopiani pianeggianti tra le valli, quelli Paracas erano generalmente tracciati sui pendii delle colline; in questo modo erano visibili dal terreno stesso o dal fondovalle. Con dimensioni comprese tra 2 e 30 metri, sono più piccoli di quelli Nasca.
Tra i motivi rappresentati dalla cultura Paracas nella zona di Palpa troviamo figure zoomorfe, soprattutto uccelli e felini, oltre a figure antropomorfe.

Spostandosi verso nord, in direzione dell’altopiano di Nazca, si incontrano centinaia di linee rette che attraversano il deserto formando un gigantesco labirinto.
Altri disegni sono forme geometriche, come triangoli, spirali e trapezi, realizzate per lo più su scala maggiore.
Per quanto riguarda gli animali, se ne trovano di vario tipo: uccelli, quadrupedi, creature marine, insetti e piante.

Tra le figure umane ci sono diversi disegni, tra cui spicca una sagoma umana nota come l’Astronauta.
È importante sottolineare che la maggior parte delle figure umane fu tracciata sui pendii anziché sul terreno pianeggiante e risale ai periodi più antichi.
Esistono inoltre molte altre figure non ancora identificate.
Le figure possono essere enormi: molte hanno almeno le dimensioni di un campo da calcio.
La figura più grande del deserto di Nazca è un uccello noto oggi come l’Airone, lungo 300 metri, pari a circa 3 campi da calcio.
In tutto il complesso archeologico si contano oltre 800 linee rette, alcune delle quali superano i 40 chilometri di lunghezza.

LA SCOPERTA DELLE LINEE DI NAZCA
Le Linee di Nazca rimasero sconosciute al mondo per oltre 1.000 anni: le loro dimensioni gigantesche e la posizione isolata le tennero nascoste agli occhi umani.
Solo negli anni Venti del Novecento alcuni piloti di linea sorvolarono la zona e avvistarono diverse linee rette.
Poco dopo la notizia di queste linee nel deserto si diffuse in tutto il paese e presto il deserto avrebbe accolto il suo primo visitatore.

Nel 1926 l’archeologo TORIBIO MEJÍA XESSPE arrivò a Nazca dopo aver ricevuto notizie di strani ritrovamenti recenti nel deserto.
Dopo aver esplorato la valle e osservato alcune linee rette nel deserto arido, giunse alla conclusione che si trattasse di antiche strade sacre.
Purtroppo i resoconti di Mejía Xesspe non suscitarono l’interesse del pubblico in quegli anni.

Nel 1939 il professor PAUL KOSOK, della Long Island University di Brooklyn, giunse nel deserto di Nazca spinto dal suo interesse per gli antichi sistemi di irrigazione della regione.
Durante l’esplorazione della valle di Nazca si sarebbe imbattuto nelle Linee di Nazca.
All’inizio pensò che anche le linee del deserto facessero parte dell’antico sistema di irrigazione, ma presto si rese conto di sbagliarsi.
Si racconta che, la prima volta che Kosok visitò il deserto di Nazca, si trovasse in cima a una collina, al centro di un gruppo di linee, proprio mentre il sole iniziava a tramontare.
Guardando lungo una delle linee, si accorse che il sole tramontava esattamente nella sua direzione.
Ne rimase colpito, perché era il 21 giugno, il giorno più corto dell’anno nell’emisfero australe (solstizio d’inverno).
Avrebbe quindi dichiarato in seguito che gli antichi Nazca avevano costruito quella linea per segnare il solstizio d’inverno.

Per esplorare il vasto deserto privo di vita, Kosok noleggiò un aereo con cui osservare dall’alto la zona delle linee.
Fu in quel momento che Paul Kosok vide per la prima volta centinaia di linee rette, enormi forme geometriche e disegni di animali.
Dopo aver mappato il deserto, dichiarò che le Linee di Nazca facevano parte di un gigantesco calendario astronomico che indicava agli antichi peruviani quando seminare, irrigare e raccogliere.

LE TEORIE SULLE LINEE DI NAZCA
MARIA REICHE
Maria Reiche era una matematica fuggita dalla Germania nazista in Perù nel 1932.
Dedicò la vita ai disegni del deserto di Nazca, quasi ininterrottamente, dal 1946 fino alla sua morte nel 1998.
Proseguì le ricerche del professor Paul Kosok, che aveva conosciuto nel 1940 quando viveva a Lima.

Maria Reiche arrivò per la prima volta a Nazca il 17 dicembre 1941, pochi giorni prima del solstizio d’estate.
Trascorse la notte a Nasca, all’hotel “Royal”, situato oggi al terzo isolato di via Lima.

La prima figura che scoprì fu il ragno, nel giugno 1946. Dopo aver scoperto la figura del RAGNO, inviò le fotografie al dottor Kosok.
Lui fece ristampare le foto e ne registrò i diritti in varie riviste, ma non si fece mai più sentire.
In quello stesso anno Maria Reiche ricevette una donazione dal sindaco di Nazca, don Agustín Bocanegra y Prada, che le regalò un vecchio camion e una scala a forbice.
Così poteva recarsi nel deserto prima dell’alba per scattare le prime fotografie dell’altopiano di Nazca.
Poiché la città di Nazca era piuttosto lontana dal deserto, trovò una nuova sistemazione a La Pascana, un piccolo villaggio molto vicino ai disegni.

Nel 1947 Maria Reiche scattò le prime fotografie aeree, sorvolando le zone di Ingenio e Nasca. Poté sorvolare le linee grazie a un pilota locale che usava il suo piccolo aereo per irrorare i campi coltivati.
Nel 1948 scoprì la figura dell’AIRONE, un uccello lungo 300 metri che associò al solstizio d’inverno.
Il 21 giugno (solstizio d’inverno nell’emisfero australe) notò che il becco dell’airone puntava verso il sorgere del sole, e questa osservazione la portò a credere che l’airone annunciasse l’inizio dell’inverno.
Nel 1952 scoprì la figura della SCIMMIA, un disegno particolare tracciato con appena nove dita, proprio come Maria, che aveva anche lei nove dita.

Reiche trascorse anni a misurare con cura le linee e a studiarne il rapporto con i movimenti del sole, della luna e delle stelle.
Concluse che le linee geometriche formavano un gigantesco calendario astronomico. Secondo la sua teoria, l’intero complesso era stato concepito per aiutare a organizzare la semina e il raccolto.
Riteneva inoltre che gli antichi peruviani avessero realizzato i disegni per compiacere gli dèi e assicurarsene il favore.

Credeva che tutte le immagini fossero simboli per ricordare agli dèi che le terre erano aride e avevano bisogno d’acqua, e che i raccolti avevano bisogno di benedizione.

Purtroppo la Panamericana, costruita nel 1938, attraversò il deserto di Nazca distruggendo lungo il suo tracciato molte linee e figure.
Tra i disegni danneggiati c’è la lucertola, il cui corpo fu tagliato in due durante la costruzione della strada.

Il suo instancabile impegno diede i suoi frutti: alla fine riuscì a ottenere che il governo del Perù limitasse l’accesso all’area e costruisse una torre di osservazione accanto alla strada, per permettere di ammirare le linee senza calpestarle.
Prima della costruzione della Panamericana, la gente era solita circolare senza meta sopra le figure, perché i disegni erano così grandi da non poter essere visti dal suolo.

Oltre agli sforzi per decifrare le linee e alla sua instancabile battaglia per proteggere il sito, il contributo più grande di Reiche fu far conoscere le linee al mondo.
Anche se la sua teoria è passata di moda, i peruviani provano un’immensa gratitudine e un grande affetto per la donna che oggi chiamano “la Signora del deserto”.

GERALD HAWKINS
L’astronomo Gerald Hawkins era già molto noto nel mondo scientifico quando avviò le sue ricerche sulle Linee di Nazca nel 1967.
Dopo aver studiato Stonehenge, in Inghilterra, con ottimi risultati, Hawkins decise di usare gli stessi strumenti tecnologici per risolvere il mistero delle Linee di Nazca.
Così lui e i suoi colleghi arrivarono a Nazca per verificare la teoria astronomica di Maria Reiche, ma ancora una volta l’ipotesi astronomica non poté essere dimostrata.
Nel 1968 un’indagine condotta da Hawkins con National Geographic stabilì che, sebbene alcune linee di Nazca puntassero verso le posizioni del sole, della luna e di alcune stelle di 2.000 anni fa, si trattava di una semplice coincidenza.
Tornato a Nazca nel 1973, analizzò 186 linee con un programma informatico e scoprì che solo il 20% aveva un orientamento astronomico, un dato ancora una volta interpretato come puro caso.
Hawkins non trovò alcuna correlazione tra le linee e il cosmo; secondo lui, quindi, l’astronomia non era la chiave dell’enigma.

Sulla scia delle ricerche di Hawkins, lo studioso di eclissi Robin Edgar ritiene che i disegni di Nazca, soprattutto gli animali, possano essere un’antica risposta al cosiddetto “Occhio di Dio”, che si manifesta nel cielo durante un’eclissi solare totale.
Robin Edgar sostiene che in epoca Nazca si verificò sul Perù meridionale una serie insolita di eclissi solari totali, che potrebbe coincidere con il periodo di realizzazione dei disegni.
Secondo lui, quando il sole è eclissato sembra la pupilla e l’iride di un occhio gigantesco nel cielo.
Per questo ritiene che i disegni siano stati creati per essere visti da questo “Occhio di Dio” durante un’eclissi solare totale.

ERICH VON DÄNIKEN
Nel 1968 lo scrittore svizzero Erich von Däniken accese un vivace dibattito scientifico con il suo libro “Gli extraterrestri torneranno”, in cui affermava che i Nazca comunicavano con visitatori provenienti da altri pianeti.
Secondo la sua teoria, le enormi forme geometriche sarebbero state realizzate da alieni atterrati nel deserto di Nazca molto tempo fa.
Egli ritiene che, quando le navicelle aliene atterrarono nel deserto, la potenza dei loro propulsori spostò le pietre lasciando grandi piste sul terreno; tempo dopo, quando gli alieni se ne andarono, i Nazca giunsero sul posto, videro quelle enormi piste di atterraggio e decollo e sussurrarono che gli dèi di fuoco avevano percorso quelle linee.

JIM WOODMAN E JULIAN NOTT
Nel 1975 l’avventuriero Jim Woodman e l’aeronauta Julian Nott visitarono il deserto di Nazca.
Non solo avevano una teoria diversa, ma fecero di tutto per dimostrarla.
Entrambi erano convinti che i Nazca avessero sorvolato il deserto in mongolfiera per ammirare i disegni mentre veneravano il sole.
Per dimostrare che i Nazca potevano volare, costruirono una mongolfiera con materiali di cui gli antichi Nazca avrebbero potuto disporre.
Usarono una barca di giunchi come navicella e tela di cotone per l’involucro, riscaldato dal fumo di un falò; alla fine decollarono e sorvolarono il deserto per appena 2 minuti.
Indagini più approfondite hanno stabilito che non esistono prove che i Nazca abbiano costruito una mongolfiera o fossero in grado di volare.

PHYLLIS PITLUGA
Phyllis Pitluga, docente dell’Adler Planetarium di Chicago, visitò Nazca per la prima volta nel 1983, interessata all’astronomia inca.
Anni dopo Maria Reiche l’avrebbe invitata a unirsi alle ricerche sulle Linee di Nazca, in virtù della sua esperienza e delle sue conoscenze sul cosmo.
All’inizio sostenne la teoria di Maria Reiche, convinta che l’origine delle linee fosse legata ai corpi celesti e che potessero essere state usate come calendario astronomico.
Dopo un minuzioso lavoro sul campo nel deserto, Pitluga concluse che le linee non corrispondevano alle costellazioni del cielo di Nazca.
Quanto alle linee, ritiene che il fatto che alcune puntassero verso determinate stelle importanti fosse una semplice coincidenza: nel cielo ci sono milioni di stelle e, data una tale abbondanza, qualunque linea potrebbe puntare verso qualunque cosa.

ANTHONY AVENI
Negli anni Ottanta Anthony Aveni, professore di astronomia e antropologia alla Colgate University di New York, avviò una nuova ricerca nel deserto di Nazca.
Per verificare la teoria astronomica, Aveni elaborò al computer i dati delle Linee di Nazca e non trovò corrispondenze significative tra le linee e le stelle importanti.
Al contrario, sostiene che le linee e i trapezi siano legati all’acqua, non per trovarla, ma in relazione a rituali.
Ritiene che alcune linee fossero sentieri sacri da percorrere durante rituali in cui i Nazca probabilmente imploravano la pioggia ai loro dèi.
Fa inoltre notare che un numero significativo di linee punta verso le pendici delle Ande, dove sorgeva il sole all’inizio della stagione delle piogge, il che suggerisce che quelle linee potessero essere state create per venerare divinità, in particolare quelle legate alla pioggia.
Aveni notò che molte linee rette convergevano in schemi a raggiera, che chiamò “centri radiali”.
Dopo mesi di lavoro sul campo, individuò almeno 62 centri radiali e circa 800 linee rette. Quasi ogni linea è collegata a un centro radiale e praticamente ogni centro radiale si trova in cima a una collina.
Le linee erano sentieri sacri che conducevano clan e sacerdoti Nazca ai centri radiali e ai trapezi vicini, dove si svolgevano cerimonie legate all’acqua.

PERSIS CLARKSON
L’archeologa canadese Persis Clarkson si è dedicata allo studio dei geoglifi delle Americhe, in particolare in aree che vanno dagli Stati Uniti al Perù meridionale e al Cile settentrionale.
Negli anni Ottanta partecipò a un progetto guidato da Aveni, realizzando un rilievo dettagliato dei resti culturali della pampa di Nasca.
Documentò elementi come cerchi di pietre, tumuli e manufatti, con l’obiettivo di comprendere il contesto culturale e ambientale dei geoglifi.
I suoi progetti successivi hanno proseguito questa ricerca.
Studiò la cronologia dei geoglifi, ipotizzando inizialmente che le figure biomorfe risalissero all’epoca Nasca e che i geoglifi lineari appartenessero a periodi successivi, il che suscitò un dibattito.
Grazie a ulteriori ricerche sul campo e a nuove datazioni, Clarkson rivide la sua posizione, proponendo che anche alcuni geoglifi lineari potessero risalire all’epoca Nasca.
Sottolineò la funzione dei geoglifi come sentieri, forse utilizzati per rituali o attività quotidiane, come confermano i tracciati pedonali e i manufatti rinvenuti nelle vicinanze.
Clarkson collegò i cerchi di pietre e la ceramica semplice alle persone che realizzarono i geoglifi.
Ipotizzò che durante i rituali rompessero intenzionalmente ceramiche delicate.
Le sue ricerche hanno richiamato l’attenzione su elementi dimenticati legati ai geoglifi.
I suoi studi ci hanno aiutato a comprendere meglio la cultura che ruotava intorno ai geoglifi.
Fu tra le prime a cercare di stabilire l’età dei geoglifi con diversi metodi di datazione.

HELAINE SILVERMAN
Helaine Silverman, archeologa statunitense, condusse approfondite ricerche nella regione di Nasca negli anni Ottanta.
Si concentrò su due progetti principali: gli scavi a Cahuachi e un censimento degli insediamenti della valle di Ingenio.
Il suo lavoro si distinse da quello dei ricercatori precedenti perché non isolò i geoglifi di Nasca, ma li considerò parte di un contesto culturale più ampio.
Silverman scoprì che i geoglifi si trovavano spesso vicino agli insediamenti, puntando verso di essi o collegandoli.
Riteneva che i geoglifi fossero legati al centro spirituale, rituale e sociale di Cahuachi.
Secondo lei, le linee della pampa erano come sentieri per i pellegrini diretti a Cahuachi e spazi per gli incontri e i rituali dei gruppi sociali.
Come Urton, riteneva che la società Nasca fosse organizzata secondo un modello dualistico.
L’idea di Silverman era che il bacino di Nasca fosse diviso in due parti e che la pampa fosse il luogo in cui le persone di queste due parti si incontravano e interagivano. Ipotizzò che Cahuachi e un altro sito chiamato Ventilla fossero collegati da un geoglifo, rafforzando l’idea della pampa come terreno comune.
La sua teoria, tuttavia, solleva alcuni dubbi.
Il presunto geoglifo che collegava i due siti fu distrutto negli anni Venti del Novecento dalla vecchia strada Panamericana, chiamata dagli abitanti CAMINO DE LEGUÍA, per cui non è chiaro se sia mai esistito.
Inoltre Ventilla non è stato studiato a fondo e il ruolo di Cahuachi da lei proposto solleva interrogativi.
Silverman riteneva che i geoglifi facessero parte di un complesso rituale più ampio, che comprendeva previsioni sull’acqua, osservazioni del cielo e culto.
Considerava le linee una sorta di archivio di informazioni importanti per la vita sociale.
In sintesi, secondo Silverman i geoglifi erano parte di un quadro più ampio fatto di rituali, previsioni e pratiche culturali.
Il suo modello, però, manca di solide prove archeologiche a sostegno dei suoi aspetti specifici.

GARY URTON
Nel 1990 il ricercatore statunitense Gary Urton studiò il modo in cui le comunità odierne del Perù agiscono collettivamente e celebrano i rituali.
Esaminò racconti e documenti antichi per conoscere questi comportamenti e la loro storia.
Si unì al ricercatore Aveni per studiare le linee di Nasca, le grandi figure tracciate sul suolo peruviano.
Da quei racconti e documenti Urton apprese che in passato la gente era solita lavorare insieme in occasioni speciali, come le feste religiose, per occuparsi di questioni importanti per la comunità.
Urton scoprì che, molto tempo fa, la società Nasca era organizzata in gruppi di diversi livelli.
C’erano piccoli gruppi di persone con diritti condivisi sulla terra, chiamati “ayllu”.
Questi piccoli gruppi si univano per formarne di più grandi, che a loro volta facevano parte di raggruppamenti ancora più ampi.
Urton vide in questo schema una struttura a blocchi, come i mattoncini di una costruzione.
Riteneva che il modo in cui le persone organizzavano se stesse e la terra a quel tempo fosse simile a quello delle epoche successive.
Pensava che la cura delle linee fosse affidata a persone che lavoravano insieme all’interno di questi gruppi.
Forse compivano anche rituali particolari, come la pulizia dei luoghi sacri prima delle celebrazioni.
Anche se Urton non trovò prove dirette sulle linee in sé, delineò un quadro chiaro di come potessero vivere le persone all’epoca delle linee.
Concordò inoltre con altri ricercatori sul fatto che le linee avessero probabilmente a che fare con i rituali, anche se non esclusivamente.

DAVID JOHNSON
David Johnson, esperto di geologia di New York, visitò Nazca nel 1995.
Abile nel localizzare l’acqua sotterranea, si incuriosì a Nazca perché la zona disponeva di poca acqua per l’agricoltura.
Amava le sfide di questo tipo. Esplorò l’arida valle di Nazca e parlò con gli agricoltori locali per conoscere i loro problemi idrici.
David iniziò studiando antichi canali sotterranei chiamati puquios di Nazca.
Furono costruiti dagli antichi Nazca intorno al 500 d.C.
Mentre esaminava questi canali, notò altri segni sul terreno circostante (le Linee di Nazca).
Pensò che queste linee potessero indicare dove si nascondeva l’acqua sotto terra.
Ipotizzò che gli antichi Nazca conoscessero bene il territorio e costruissero le loro abitazioni dove potevano trovare acqua.
L’idea di David è che sotto il deserto scorrano dei fiumi e che i disegni di Nazca li segnalino.
Ritiene che forme come i trapezi indichino la presenza di acqua nel sottosuolo e che le spirali mostrino la direzione in cui scorre.
I grandi triangoli indicherebbero le fratture nel terreno attraverso cui l’acqua si muove.
A suo avviso, le figure animali sarebbero i nomi delle fonti d’acqua, come “Condor” o “Ragno”.
Tuttavia, quando gli esperti, come geologi e archeologi, esaminarono l’ipotesi di David, non trovarono un legame chiaro tra le Linee di Nazca e l’acqua.
Dopo quasi cinque anni di studi, non concordarono sul fatto che linee e acqua fossero collegate nel modo proposto da David.

JOHAN REINHARD
Nel 1988 JOHAN REINHARD, esploratore di National Geographic ed esperto del culto delle montagne nelle civiltà antiche, arrivò a Nazca.
Dopo aver esplorato la regione di Nasca, concluse che le linee erano sentieri sacri usati dagli antichi Nazca per venerare le montagne, divinità naturali considerate la principale fonte d’acqua.
Il CULTO DELLE MONTAGNE era una pratica diffusa in queste regioni in passato e ancora oggi gli agricoltori le invocano, offrendo loro doni diversi per ingraziarsele prima della semina.
Nell’antichità le montagne sacre svolgevano un ruolo importante nelle società costiere e andine ed erano solitamente associate all’acqua, al clima e alla fertilità.
Ancora oggi esistono vie rituali che conducono le persone verso alcuni centri importanti dove si svolgono grandi cerimonie.

Ancora oggi gli abitanti della regione di Cusco percorrono antichi sentieri verso le pendici delle Ande per onorare i loro dèi, che secondo la tradizione dimorano in cima alle montagne.
Al culmine della cerimonia, i fedeli formano lunghe file umane rivolte verso le vette circostanti e pregano i loro dèi delle montagne.
Uno dei rituali più curiosi della festa è quello del BLOCCO DI GHIACCIO cerimoniale, portato giù da un ghiacciaio fino alle file dove attendono i fedeli, simbolo dell’acqua sacra che dà vita a città del deserto come Nazca.
Per Reinhard, gli immensi disegni geometrici erano luoghi in cui si svolgevano rituali in onore degli dèi delle montagne, per invocare pioggia e fertilità.
Quanto alle figure animali, afferma che rappresentavano gli dèi delle montagne, che si credeva assumessero la forma di diversi animali, di solito creature ammirate.
Il SIMBOLISMO ANIMALE è diffuso in tutte le Ande peruviane e sull’altopiano di Nazca troviamo diverse creature tracciate, a conferma dell’importanza che avevano nell’antichità.
Nella credenza andina, i ragni e i colibrì sono associati alla fertilità.

D’altra parte, c’è una figura di scimmia, anch’essa associata all’acqua, poiché il suo habitat naturale è la foresta amazzonica, una zona ricca d’acqua.
Allo stesso modo, un altro gruppo di questo simbolismo animale è costituito dalle creature marine, come gli uccelli marini e l’orca, e persino dalle conchiglie, anch’esse rappresentate nella pianura di Nazca.
Sulla sommità delle montagne che circondano Nazca sono state rinvenute grandi quantità di conchiglie marine, segno che venivano usate in antiche cerimonie legate all’acqua.
Reinhard ritiene che le immagini sul terreno siano state realizzate su scala così grande soprattutto per gli dèi delle montagne, che si credeva dimorassero in alto e potessero quindi vederle.
Alcuni studiosi ritengono che, in date importanti, i Nazca percorressero le figure animali in grandi gruppi per attirare l’attenzione degli dèi, che dall’alto potevano così vedere gli animali prendere vita.
Inoltre, sulle figure sono state trovate numerose conchiglie e frammenti di ceramica, a indicare che lì si svolgevano cerimonie e che, probabilmente, al termine di ciascuna si rompevano vasi decorati come offerta agli dèi.

MARKUS REINDEL E JOHNY ISLA
Nel 1997 lo svizzero Dr. Markus Reindel e l’archeologo peruviano Johny Isla avviarono una nuova ricerca incentrata principalmente sulla valle di Palpa.

Il loro lavoro sul campo fu finanziato dalla Fondazione svizzero-liechtensteinese per la ricerca archeologica all’estero.
Lo studio della cultura Nazca si basò sul suo CONTESTO CULTURALE e, per raggiungere l’obiettivo, riunirono un gruppo di professionisti ed esperti di geoarcheologia, geofisica, cronometria, antropologia e fotogrammetria per ottenere informazioni geografiche dettagliate.

Grazie ai GEOMORFOLOGI, scoprirono il LOESS, un sedimento preistorico che indica che in passato (dall’800 al 200 a.C.) il PAESAGGIO era più umido, per cui le valli avevano più vegetazione e consentivano un’agricoltura solida.
Questa scoperta suggerisce inoltre che il clima non sia sempre stato stabile, ma sia cambiato nel corso degli anni, e che nel periodo Nazca tardo (dal 450 al 600 d.C.) le valli siano diventate aride e i fiumi si siano prosciugati, costringendo infine i Nazca ad abbandonare i loro insediamenti in cerca di nuove terre fertili.
Questi risultati sono fondamentali per comprendere la natura dei geoglifi, poiché per anni gli altri ricercatori non avevano prestato molta attenzione al contesto geografico e geologico di questi siti.

Insieme agli ANTROPOLOGI, condussero scavi in diversi siti lungo il bacino del Río Grande, a Palpa, dove rinvennero insediamenti fioriti in diversi periodi culturali.
Tutti questi insediamenti si trovavano in punti chiave della valle. I siti scavati sono Pernil Alto, Jauranga, Los Molinos, La Muña e Pinchango Alto.
Gli scavi hanno portato alla luce interessanti edifici in adobe, terrazze coltivate, tombe e piattaforme cerimoniali con offerte.
Tra le offerte sono stati trovati ossa di lama, conchiglie, lische di pesce e resti di frutti, che ci danno un’idea più precisa delle abitudini alimentari e del commercio a lunga distanza di quel periodo.

Inoltre Reindel e Isla scoprirono piccoli ALTARI all’estremità di antichi trapezi, il che li portò a ritenere che le enormi forme geometriche del deserto fossero una sorta di cattedrali a cielo aperto, dove centinaia di pellegrini celebravano cerimonie religiose.
Gli altari nascondevano inoltre sottoterra diverse offerte, come frammenti di ceramica, a suggerire che i Nazca li rompessero di proposito come offerta.

Queste scoperte indicano che le dimensioni e il volume di queste strutture, soprattutto di quelle rettangolari, erano proporzionali al trapezio: più grande era il trapezio, più grande era la piattaforma rettangolare costruita al suo interno.
A differenza delle grandi strutture rettangolari, i trapezi più piccoli contenevano piccoli tumuli funerari.
Infine, un quarto tipo, meno frequente, corrisponde a strutture a pianta circolare o quadrangolare di uso temporaneo, forse durante la costruzione e la manutenzione dei geoglifi.
Sembra inoltre che alcune di queste strutture fossero utilizzate come punti di osservazione.

Tra i resti trovati sotto queste strutture portarono alla luce anche lo SPONDYLUS, un’ostrica spinosa che prospera solo nelle acque tropicali più calde del nord del Perù e dell’Ecuador.
Nell’antichità lo Spondylus simboleggiava l’acqua e la fertilità della terra per molte culture, poiché prolifera nelle acque costiere calde, dove il paesaggio è più fertile e le piogge più regolari.

Gli antichi peruviani conoscevano probabilmente il legame tra le piogge e la presenza dello Spondylus nell’oceano.
Quando la comparsa dello Spondylus aumentava nel nord del Perù, significava che le acque dell’oceano si erano riscaldate, dando origine al fenomeno noto come El Niño, che porta molta pioggia e inondazioni.
Al contrario, quando la presenza dello Spondylus diminuiva sensibilmente nell’oceano, iniziava un periodo di siccità che finiva per dare origine a un altro fenomeno noto come La Niña.
Nella cosmovisione Nazca, quindi, lo Spondylus aveva un grande significato religioso per il suo legame con l’acqua, e per gli antichi peruviani valeva probabilmente più dell’oro o dell’argento.

Nell’ambito del progetto, il gruppo utilizzò la FOTOGRAMMETRIA AEREA, un potente strumento che permise di mappare vaste aree, comprese antiche rovine, e di registrare con grande precisione oltre 1.500 disegni di Nazca. La fotogrammetria non fornisce solo immagini ad alta risoluzione, ma consente anche di ottenere dati metrici su dimensioni, forma e posizione degli antichi insediamenti e dei disegni.

A differenza dei celebri geoglifi della cultura Nasca, che si trovano per lo più sugli altopiani desertici tra le valli, le più antiche figure Paracas erano generalmente tracciate sui pendii delle colline, il che significa che all’epoca questi geoglifi erano visibili dal suolo.

Inoltre, con l’aiuto della GEOFISICA, riuscirono a individuare oggetti antichi sotto la superficie del terreno grazie a un magnetometro, che permise di localizzare strutture all’interno di alcune figure geometriche.
Quanto alle figure animali, sostengono che i solchi che ne formano il contorno siano stati usati, col tempo, come sentiero sacro.
Dopo aver analizzato varie figure, si resero conto che le linee che compongono il disegno sono più COMPATTE del terreno circostante, segno che gli uomini dell’epoca dovevano camminarci sopra.
Secondo alcuni cronisti spagnoli, gli indigeni di queste valli raccontavano che un tempo i loro antenati celebravano grandi cerimonie su queste figure giganti.

La ricerca di questo gruppo ha dimostrato che le Linee di Nazca non possono essere studiate isolatamente, poiché l’antico mondo Nazca è circondato da diversi elementi che ne strutturano il contesto.
Senza dubbio i risultati ottenuti da Reindel e Isla rappresentano un’ampia documentazione sui geoglifi di Nazca, un lavoro molto dettagliato che ci offre una visione più profonda della vita delle culture Paracas e Nazca e getta le basi per le future ricerche scientifiche.